

Vieni da me stasera, che è la festa degli innamorati, dell’amore, dei baci perugina direbbe qualcuno, dei fiori estirpati e pagati a caro prezzo, pensa se ci fosse un campo con tutti quelli che non ho potuto regalarti, per ovvi o per stupidi motivi. Ed io che pensavo al tuo banco in prima fila pieno di gerbere arancioni e rosse e gialle. Vieni da me stasera, che imbrattiamo le pareti coi nostri organi interni, che facciamo l’amore nel senso che alziamo impalcature, nel senso che fondiamo il cemento e ci facciamo delle fondamenta, con gli ammortizzatori come i grattacieli giapponesi, per proteggerci da tutti i nostri terremoti, dalle scosse con magnitudo altissimo che ci destabilizzano, e ci costringono a raccogliere i disastri dal pavimento, meno male che non s’è mai rotto niente, meno male. Vieni da me stasera, che dormiamo insieme, che è un po’ come dire che andiamo sulla luna, perché facciamo le prove a vedere come si sta a vivere senza forza di gravità, noi due voliamo, noi due. Poi si vede che sto ascoltando Vasco Brondi perchè prendo a scrivere come lui, ma tanto ti piace e quindi poco me ne importa. Come siamo mainstream amore mio a dirci mille volte che ci amiamo, come siamo mainstream amore mio a fare i conti con le distanze, che sono trenta chilometri appena, ma noi abbiamo solo suole di scarpe di gomma, e i tuoi piedi sono così piccoli che io ci ho riso su per un po’ quando me l’hai detto. Vieni da me stasera, che ci stratifichiamo sul terrazzo al freddo, a contare le stelle, a sperare che le nuvole non siano troppo basse, a sperare che passi un volo intercontinentale per esprimere un desiderio, e poi ridere, e baciarci, e sorprenderci del fatto che dopo pochi minuti è già esaudito.