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About: voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi.
come quando fuori pioveva e tu mi domandavi.
Se fossi Brondi, adesso ti direi che ho le guance arrugginite, ma non lo sono, anche se alcuni credono che si. E’ che piangere mi sfibra, mi devasta proprio fisicamente, che mi ci vorrebbe la rianimazione, o giorni di flebo per riacquistare la giusta concentrazione di sali e liquidi interstiziali. Guarda, la mia deformazione professionale.Siediti qui, accanto a me, rimani in silenzio come se dovessimo ascoltare il mare, lo senti il mio cuore? Tiene un tempo troppo veloce per gli standard umani, va così da un po’ di giorni, è già avanti, lui, pronto a parare qualsiasi colpo, è che a stargli dietro mi stanco, ogni tanto arranco, ogni tanto mi affanno.Vorrei poter chiudere le mani a cucchiaio e raccogliere tutto questo malumore, forse ci vorrebbe un tir, ma sono tutti bloccati sulle autostrade, e allora me lo tengo addosso, dentro, e mi spinge che mi tirano tutte le fibre muscolari, e mi annebbia la vista e mi abbassa i livelli di serotonina, si riversa su di te che non hai la tuta da lavoro giusta per spalare tutta questa merda.Te l’ho già detto, fai tre passi indietro amore quando si apre il buco nero del mio dolore. Chissà poi cosa pretendevo oggi quando ti ho addirittura rimproverato, quando ti ho fatto sentire ancora una volta inadeguata, perdonami se ogni tanto sono io stessa a non saper perdonare, perdonami se ogni tanto ho bisogno di annegare nelle mie stesse paranoie.E poi mi volto di appena novanta gradi e ti ritrovo proprio li, accanto a me, che mi tiri la manica della felpa, che mi chiedi di non lasciarti indietro, di non lasciarti fuori dalla porta a da questa lotta, che è mia, ma che immancabilmente diventa anche tua. Ed io che volevo proteggerti, mi accorgo solo adesso che dovrei proteggerti anche da me stessa, mandarmi via da sola quando divento il pericolo pubblico numero uno, quando mino la tua serenità mentale, quando lancio bombe a grappolo sui ponti che abbiamo creato per incontrarci e per attraversarci. Sono un’arma di distruzione di massa, l’esatto opposto di quello di cui hai bisogno.E il cuore ancora corre, chissà se nella sua pazza fuga troverà la strada per arrivare da te, che sapresti accoglierlo quasi come un figlio, lui così muto e martoriato, disidratato, gli darai un nome che fa rima con il mio, o forse è proprio il mio, gli darai fissa dimora, gli dirai che ci sono speranze che sono così grandi da essere quasi delle stanze, che dentro possiamo metterci un letto ed un camino, un piccolo cucinino, qualche libro, una lampada a basso cosumo, un quadro stampato su carta riciclata, e due corpi vivi, due anime erranti, due semplici amanti.

Se fossi Brondi, adesso ti direi che ho le guance arrugginite, ma non lo sono, anche se alcuni credono che si. E’ che piangere mi sfibra, mi devasta proprio fisicamente, che mi ci vorrebbe la rianimazione, o giorni di flebo per riacquistare la giusta concentrazione di sali e liquidi interstiziali. Guarda, la mia deformazione professionale.
Siediti qui, accanto a me, rimani in silenzio come se dovessimo ascoltare il mare, lo senti il mio cuore? Tiene un tempo troppo veloce per gli standard umani, va così da un po’ di giorni, è già avanti, lui, pronto a parare qualsiasi colpo, è che a stargli dietro mi stanco, ogni tanto arranco, ogni tanto mi affanno.
Vorrei poter chiudere le mani a cucchiaio e raccogliere tutto questo malumore, forse ci vorrebbe un tir, ma sono tutti bloccati sulle autostrade, e allora me lo tengo addosso, dentro, e mi spinge che mi tirano tutte le fibre muscolari, e mi annebbia la vista e mi abbassa i livelli di serotonina, si riversa su di te che non hai la tuta da lavoro giusta per spalare tutta questa merda.
Te l’ho già detto, fai tre passi indietro amore quando si apre il buco nero del mio dolore. Chissà poi cosa pretendevo oggi quando ti ho addirittura rimproverato, quando ti ho fatto sentire ancora una volta inadeguata, perdonami se ogni tanto sono io stessa a non saper perdonare, perdonami se ogni tanto ho bisogno di annegare nelle mie stesse paranoie.
E poi mi volto di appena novanta gradi e ti ritrovo proprio li, accanto a me, che mi tiri la manica della felpa, che mi chiedi di non lasciarti indietro, di non lasciarti fuori dalla porta a da questa lotta, che è mia, ma che immancabilmente diventa anche tua. Ed io che volevo proteggerti, mi accorgo solo adesso che dovrei proteggerti anche da me stessa, mandarmi via da sola quando divento il pericolo pubblico numero uno, quando mino la tua serenità mentale, quando lancio bombe a grappolo sui ponti che abbiamo creato per incontrarci e per attraversarci. Sono un’arma di distruzione di massa, l’esatto opposto di quello di cui hai bisogno.
E il cuore ancora corre, chissà se nella sua pazza fuga troverà la strada per arrivare da te, che sapresti accoglierlo quasi come un figlio, lui così muto e martoriato, disidratato, gli darai un nome che fa rima con il mio, o forse è proprio il mio, gli darai fissa dimora, gli dirai che ci sono speranze che sono così grandi da essere quasi delle stanze, che dentro possiamo metterci un letto ed un camino, un piccolo cucinino, qualche libro, una lampada a basso cosumo, un quadro stampato su carta riciclata, e due corpi vivi, due anime erranti, due semplici amanti.

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